Le signore della notte, Paola

 

Sono qui. Più serena, finalmente calma.

Forse perché in questo posto sono io e non lo sono più.

E tutto quello che mi rende triste, mi fa sentire sconfitta è fuori, oltre la cancellata, vicino, ma al tempo stesso molto lontano.

Paola ha 62 anni, le unghie colorate, a volte in maniera maldestra, a volte con colori fluo, o disegni, adesivi, professionali. Chiede sempre durante la notte di andare in bagno, a truccarsi, alle orecchie grossi cerchi dorati. 

Anni e anni per strada, tra Milano, Pavia, Vigevano. Dice di esser stata in galera…banale furto, mi chiedo? Vorrei domandare, ma non oso. 

Sto sempre in punta di piedi, davanti a lei.

Dice di aver appena perso il marito, morto da poco, dentro un grande ospedale.

Lei l’ha visto qualche settimana dopo, dentro la camera mortuaria, le ciglia, gli occhi congelati, la faccia senza colore.

Il suo racconto, seppur in mezzo a mille ripetizioni, è vivido e infinitamente triste. Ed è un lampo, in un cortocircuito mi ritrovo davanti a mio padre steso sul letto delle pompe funebri, ghiaccio sotto di lui a conservare il corpo. La morte, il dolore della perdita, il senso di fine, ci accomunano tutti.

Paola è incontinente, spesso molto aggressiva, non riesce ad interagire in maniera tranquilla con chi le sta intorno. Forse dovrebbe essere aiutata con dei farmaci. Non credo prenda nulla, per ora, in realtà. 

Mi chiede se sono bionda naturale. Mi osserva con curiosità, a volte la sorprendo spiare i miei gesti per indovinare dettagli della mia vita. La notte si sveglia alle 4, a volte alle 3 e comincia il suo andirivieni: esce a fumare, poi rientra, esce ancora, rientra e poi riesce.

La intratteniamo, in qualche modo fino alle sei, in modo che non disturbi il sonno delle altre.

Durante le sue notti qui, Paola cerca la lite, come le servisse per affermare la sua presenza. E quasi ogni mattina, alle 6, quando le è permesso rientrare in sala, si confronta con le altre usando l’arma dell’aggressività estrema. I soliti epiteti, che mi fanno strano in un gruppo di donne, sempre a sfondo sessuale, tutte accomunate dall’essere puttane.

Eppure fuori, con noi, davanti a un te caldo, sembrava solo una donna infinitamente stanca, distrutta da una lunghissima lotta con la vita, da giornate piene di precarietà.

A raccontarmi della sua amica alcolizzata, morta l’inverno scorso sui binari del passante ferroviario, ma anche a parlarmi di Eugenio, il prete che l’aiuta in tutto, e che ha organizzato il funerale di Sandro, che grazie a lui ha un giardinetto al Musocco, con un nome e una croce.

E a ricordare con un sorriso sdentato sua madre, che l’accompagna a scuola alle elementari, che le regala un paio di pattini a rotelle, le lunghe giornate d’estate nei prati, il sole sulla pelle, profumo di un’infanzia serena.

Paola oscilla come un pendolo, tra assurde frenesie, manie di persecuzione, gesti inconsulti, le sigarette fumate in fretta, bruciando il tempo nel buio di queste notti.

E io dalla vetrata la guardo, il profilo di una donna molto più vecchia della sua età anagrafica, il puntino rosso della sigaretta che in pochi istanti si consuma.

Paola alla fine, dopo lunghe settimane di lotta con se stessa e il mondo, viene espulsa dal Piano Freddo.

Senso di liberazione, senso di sconfitta.

La notte è finita, nel chiaroscuro dell’alba di febbraio torno a casa mia.


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