Le Signore della Notte, 29 gennaio 2026
Le
signore della notte
Sono le 11.
Sono a casa,
casa MIA, una casa piena di luci soffuse, tepore, ambienti accoglienti, profumo
di biscotti, grazie a mia figlia in casa c’è spesso profumo di biscotti.
Mi preparo,
la mia tisana bollente da mettere nel thermos, il mio sacco a pelo, un pile,
spazzolino, dentifricio, una crema, un cambio di lenti a contatto, dovessero
appiccicarmisi quelle che sto indossando.
Aspetto.
Ancora
qualche minuto.
Guardo
fuori, annusando il buio e il freddo che fa, questa notte, come tante altre.
Sono le 11 e
20.
Esco.
Mi copro
bene: guanti, piumino pesante-pesante.
Salgo in
ascensore, sono fuori, recupero il motorino.
Metto casco,
guanti, e via.
Via a
destra, prima circonvallazione, qualche chilometro, rotonda, seconda
circonvallazione, semafori.
Sono fuori,
sottopasso, inversione a U, destra, una luce in lontananza, un campanello.
Suono e si
apre la porta automatica.
Entro e
parcheggio, con calma e con fatica, il freddo nelle ossa e la sensazione di
attraversare una sliding door.
Entro in una
realtà diversa, agli antipodi della città dei ristoranti, dei mille luoghi da
aperitivo, le insegne sempre accese, il benessere che sembra essere ovunque.
Perché il disagio, la povertà estrema, sono come polvere da nascondere sotto ai
tappeti.
Sono
arrivata, qui, al mio lunedì notte.
Il portiere
apre la seconda porta.
La luce è
sempre fioca all’interno intorno alla mezzanotte nel salone d’ingresso dell’Opera
Cardinal Ferrari perché le Signore a quest’ora, già stanno dormendo.
Sono
arrivate alle sette, sono state censite, hanno cenato, chiacchierato un po’ tra
loro e con i volontari.
Si sono
stese nella sala dove le poltrone letto e i sacchi a pelo le accolgono per la
notte.
Mi tolgo le
mie cose, resto in felpa e maglioni mentre i volontari del turno 19-24 mi
lasciano le chiavi. D’ora in poi, fino a domattina alle sette saremo io e un Carissimo,
un ospite della struttura, che vive nella casa e che si offre volontario, i responsabili,
compagni in questo viaggio. Compilo due righe al computer e mi auguro che
questa notte tutto vada bene, che non “succeda nulla”, di strano, speciale,
violento, pericoloso, che siano ore serene, di riposo.
Prendo il
mio sacco a pelo e vado a stendermi, in una poltrona uguale a quelle delle
signore della notte, subito fuori la sala, in modo da poter sentire ogni colpo
di tosse, ogni rumore, porta aperta e sbattuta, intercettare ogni tentativo di
uscita.
Il Piano
freddo è questo, espressione un po’ asettica per definire il progetto salvavita
del comune. Perché Milano d’inverno è fredda e molto, e chi vive per strada la
notte, muore.
Qui, in
questa sala si accolgono le signore, donne che vivono nelle nostre strade, che
passano le loro giornate a camminare, vagabondare in mezzo a noi, spesso senza
essere notate, un borsone, un trolley, ma anche nulla con sé.
Donne. Di
ogni età, etnia, provenienza sociale. In cui riconoscersi, ritrovarsi,
perdersi. Donne che ti guardano, i loro sguardi su di te come calamite.
E i miei su
di loro.
Da qualche
mese ormai i miei lunedì notte sono qui.
Appena
arrivo sento l’odore, che mi avvolge insieme alla luce un po’ grigia di una
terra di mezzo.
E’ un odore
unico, speciale che ormai associo a questo posto e che mi ritrovo addosso, sui
vestiti, persino sulla pelle.
Né buono, né
cattivo, l’odore di qui: ti entra dentro e ti sembra di sentirlo anche quando
sei ormai fuori, rientrata nel quotidiano di giorni che si susseguono diversi,
ma uguali, sino alla prossima settimana.
Sì perché
questa notte diventa LA NOTTE e il resto della vita paradossalmente ruota
intorno a queste poche ore di buio, silenzi, ma anche grida-insulti-incubi-sfoghi
e sorrisi-abbracci-complicità.
Qui si
incontrano Angeli, angeli caduti, non si sa perché inghiottiti da buchi neri,
diventati invisibili per molti.
Ed è a loro
che spesso mi ritrovo a pensare, presenze troppo forti per scivolare via, una
volta risalita sul mio motorino, la mattina presto, per tornare dentro la mia
realtà. E poi ancora sottotraccia, presenti dentro i miei pensieri
apparentemente così lontani, un’ombra che accompagna i miei gesti quotidiani.
Una carezza negli attimi difficili, nei momenti che paiono complicati, le
difficoltà che si sciolgono tornando indietro a quegli sguardi, a quei brevi
momenti d’inaspettata intesa, sincera complicità.
La prima
volta, la prima mattina, quando poco prima delle sei devo accendere le luci e
svegliare le Signore, un po’ di paura me la sento addosso: sono nuova, come mi
accoglieranno, saprò essere apparentemente distante e al contempo trasmettere
empatia?
Affido alla
routine, alla procedura, il risveglio, la preparazione delle colazioni, all’uso
di quei gesti che diventeranno col tempo automatici, il compito di trarmi
d’impaccio, di mascherare la mia timidezza, il mio senso di inadeguatezza, un
vago senso di vergogna per tutto ciò che sono, che ho.
So che entro
le SETTE devono essere tutte fuori, Milano ancora avvolta dal buio e dal freddo
dell’inverno e sto male per loro. Perché io fuori di qui ho una casa, un posto
a cui tornare, affetti che sono coccole al cuore.
LORO, le
Signore della notte, NO.
Col tempo,
settimana dopo settimana, si crea tra noi un legame, un reciproco riconoscersi.
Ogni viso
diventa familiare, insieme al loro nome, allo sguardo, alle movenze, alle
piccole abitudini che sono quelle di ognuno di noi.
Le facce
stanche e imbronciate al risveglio, gli sbadigli, la voglia di dormire ancora
un po’, ma anche sorrisi e moti di allegria.
Chi ha fame
a colazione, chi no, chi vorrebbe mangiare altro e bere un bel caffè. Chi pensa
a lavarsi, ai capelli, alla crema, a un brufolo sul viso.
Ragazze,
donne, donne mature: un concentrato di universo, di vita al femminile.
E c’è chi
parla un italiano talmente forbito da far pensare a Dante Alighieri.
Chi è così
educata che neanche nei cosiddetti salotti buoni.
Chi è
rabbiosa e incazzata con tutto e tutti, perché chissà quanti pugni ha preso
dalla vita.
Tutte con un
disperato bisogno di attenzione, d’affetto, che si coglie in un lampo, che dura
un istante e che fugge subito via, insieme a loro, alle sette, quando per tutte
è il momento di uscire.
Le seguo con
lo sguardo, quando esco per tornare a casa e ai semafori le vedo cominciare il
loro lento peregrinare per la città che si sta svegliando.
E mi mancano
già, e tra me e me le ringrazio per tutto quello che mi danno.
Aspettando il prossimo lunedì.
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