Le Signore della notte, Carla
Carla ha un
bellissimo viso, di una bellezza antica.
I tratti
regolari, enfatizzati dai capelli ingrigiti prima del tempo, sempre legati.
Carla è colta.
Ama leggere, come me.
Subito mi ha
colpito la sua ironia appuntita, il suo sguardo disincantato sulla realtà,
fulminei ritratti impietosi delle altre Signore.
La sua delicata
gentilezza quando alle sei mi chiede una camomilla per poi uscire a fumare le
sigarette che si rolla con la velocità e la perizia di chi lo fa da tutta la
vita.
Carla si
muove veloce, con agilità, ma trascina la gamba sinistra, mi ricorda una
bambola rotta.
Da subito
non riesco a non sorriderle quando mi si avvicina la mattina, mi sfiora il
braccio, una lieve carezza che mi tocca il cuore.
Sei più
stanca di noi, mi dice ridendo, non stai in piedi.
Brevi scambi
di battute nell’assonnata frenesia delle mattine qui, ogni giorno simili, ma
sempre diverse.
Carla a
volte è nervosa, non ama la confusione, impazzisce quando sente le altre
urlare.
Mi racconta
che il suo sogno sarebbe vivere in una casa isolata, nella natura, sentire il
canto degli uccellini, respirare l’aria pulita.
Bisogno di
calma, di silenzio.
Di ritrovare
una sua musica interiore.
Carla ha
subito violenze, sin da piccola, picchiata continuamente dai genitori.
Mi racconta
che quand’era bambina ha avuto un ictus e che questo ha provocato la paralisi
alla gamba. Mi domando se siano state le percosse a creare il danno cerebrale e
al pensiero mi vengono i brividi.
Forse è per
questo che non sopporta le grida, i moti di rabbia, la violenza anche fisica
che ogni tanto esplode tra le Signore.
Carla ha
avuto due mariti e quattro figli, gli ultimi due dati in adozione alla nascita,
perché quando si ha subito tanta violenza farsi fare del male diventa un vizio,
una dipendenza perversa.
Perché chi è
vittima di violenza pensa sempre di esserne un po’ responsabile, di
meritarsela, di andarsela a cercare.
La notte di San
Valentino decido di passarla qui, una sostituzione.
La sala questa
notte sembra quella di uno di quei traghetti che ti portano verso le isole, quelle
traversate nell’oscurità che ti accompagnano verso il sole. Non tutte dormono,
alcune chiacchierano tra loro, un continuo bisbiglio, tra idiomi a me
incomprensibili e frasi in quel francese che profuma di Nord Africa.
E io nel
buio mi metto ad ascoltare, ad intercettare qualche sfogo, qualche risata sfuggita
al silenzio che regna qui.
E non ce n’è
una che non parli di compagni, mariti lontani da cui sono riuscite a fuggire,
schiave di consuetudini e rapporti malati, e non ce n’è una che non sogni
ancora di vivere un amore, di trovare un Principe Azzurro che la prenda per
mano e la porti fuori dal buio di questa notte.
Cerco in sala
e con la torcia illumino il suo angolo, l’angolo di Carla e con un sussulto
scopro che non c’è.
Controllo
nella lista delle presenze e risulta assente.
Dove sei? mi
chiedo preoccupata.
La rivedo
poi il lunedì notte e tiro un sospiro di sollievo.
Non c’eri
sabato, le dico, mentre le preparo la camomilla alle sei.
Ero con il
mio compagno, a Lambrate, dovevamo festeggiare San Valentino insieme, ma non è
stato proprio come immaginavo…
E mentre
parliamo di amori perduti e mai ritrovati una giovane ragazza marocchina si
mette a canticchiare
Paroles et
Paroles et
Paroles…
Mais c’est
fini le temps des rèves
Les souvenirs
se fanent aussi
Quand on les
oublie
Comme j’aimerais
que tu
M’comprennes
Que tu m’écoute
au
Moins une
fois
Des mots
magiques, des
mots
tactictiques
qui sonnent
faux
Si tu savais
Comme j’ai
envie
D’un peu de
silence…
Ed è un
attimo e sono due, tre a cantare, nella luce di quest’alba di febbraio che
arriva a illuminare le finestre.
E sorridendo
canticchio anch’io sottovoce tornando a casa, i rumori del traffico che mi
circonda, sullo sfondo, lontani.
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