Le Signore della notte, Natalia

 

Natalia ha 23 anni, è orfana. Viene da Charkiv in Ucraina. Ha deciso di lasciare i parenti e i fratelli per sfuggire all’orrore della guerra che al confine con la Russia colpisce duro e uccide ormai da più di quattro anni.

L’ho conosciuta una settimana fa, seduta nella poltrona che c’è subito fuori la sala. Era in lacrime perché pensava l’avessero assegnata ad uno studentato, ad un ostello e invece si è ritrovata in mezzo a tante altre donne, nessuna privacy, nessuna certezza, solo quella di poter passare la notte al caldo, al riparo dalle intemperie e soprattutto dalla brutalità di una città.

E quando mi mostra le cicatrici di tagli sulle braccia mi viene da pensare che forse se le sia autoinflitte, un modo per liberare tutto il dolore che ha dentro sentendo dolore, lasciando uscire in questo modo perverso e atroce tutto il disagio, la paura di cadere da quella corda tesa sull’abisso sulla quale è un attimo perdere l’equilibrio.

Mi racconta tutta una serie di episodi violenti, l’orrore e la paura negli occhi azzurri, talmente chiari da sembrare quasi trasparenti che lacrimano su quel volto così giovane che dovrebbe ridere e sorridere pensando che qualsiasi sogno è possibile alla sua età.

Invece nel suo sguardo si leggono alti e bassi di una vita sul filo cercando di inserirsi in una società diversa, di riprendere gli studi, ombre scure che raccontano una realtà precaria.

Ha pensato di trovare l’America a Roma dove ha vissuto dal momento del suo arrivo in Italia.

Adesso è a Milano, la mecca delle opportunità, il miraggio di un posto tranquillo dove vivere e studiare che si scontra con la mancanza di una rete d’appoggio.

Il 31 marzo, tra due settimane, il piano emergenza freddo finisce.

Dove finirà questa ragazzina?

E che ne sarà delle altre Signore della notte, continuo a chiedermi, un’ansia che mi avvolge come le spire di un serpente. Mi prende nei momenti più impensati, mi accelera il respiro, mi cambia l’umore.

Di queste donne ho condiviso pochi momenti delle loro esistenze, spiando frammenti delle loro vite attraverso i miei occhi miopi, la notte, nel buio della sala, intavolando brevi conversazioni, intercettando i loro gesti, ascoltando le loro chiacchiere lievi e i loro sfoghi drammatici.

Gli scatti di rabbia improvvisi, i piccoli litigi per futili motivi, anche gli insulti, me le hanno solo fatte sentire più vicine.

Ho voluto loro bene, attraverso quella porta rossa, socchiusa, che separa le nostre esistenze.

Sempre mi sono ritrovata all’uscita, alla fine della mia notte, piena di gratitudine.

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