Le Signore della notte, Noor
Sono le sette di mattina di una
domenica di pioggia, fa freddo, anche se la luce chiara annuncia la primavera.
Ho passato la notte al piano
freddo.
Piove forte, e la città è completamente
deserta.
Alla fermata che da via Pezzotti
conduce in centro la vedo, per la prima volta sola, senza la sua amica affianco.
Forse, penso, perché Natalia
stamattina aveva la febbre alta e sarà riuscita a ripararsi all’asciutto, spero
in un posto caldo.
E’ molto bella, Noor, di una
bellezza pulita e innocente e oggi in jeans, giubbino di finta pelle e scarpe
da ginnastica mi ricorda mia figlia, entrambe hanno lo stesso profumo che sa di
vaniglia e caramello.
Noor però ha i capelli più dritti
e prima di uscire va in bagno a passarsi la piastra. Ci tiene ad essere in
ordine e stamattina quando l’ho aiutata a rimettere le sue cose in valigia mi
ha sorriso.
Un mondo in quel sorriso di
bambina.
Noor è tunisina ed è scappata dal
suo paese, dalla sua famiglia, per sfuggire ad un matrimonio combinato.
Lei 18 anni, lui un vecchio che
si è accordato col padre, come purtroppo succede spessissimo anche nei paesi in
cui l’Islam si dice moderato e la società sembra più aperta alla modernità. Uno
spiraglio di libertà, di diritti anche per le donne, in teoria.
Mi si dice che la mamma l’abbia
fatta scappare per evitarle un destino di vittima, per non farle subire ciò che
lei forse aveva subito, in una catena di sottomissione che lega le donne di
generazione in generazione.
Noor aspetta il 15, non so dove
sia diretta. Forse dentro un McDonald o alla stazione Tibaldi, dove vanno in
tante a ripararsi. O alla vicina biblioteca, sempre che sia aperta la domenica.
Rallento, le
passo accanto, lei mi riconosce, agita la mano, la saluto anch’io con un
sorriso.
Per un
attimo penso di fermarmi, tornare indietro, portarla con me, a casa.
Il semaforo
diventa verde, nello specchietto vedo arrivare il suo tram, le nostre due
esistenze che si sono sfiorate fuori dall’ambiente consueto della sala, per una
volta alla luce del giorno, si allontanano di nuovo.
Passano i
giorni e ogni tanto il mio pensiero torna a lei, a quel sorriso, ma anche a
quello sguardo dolce, ma determinato.
Scopro che
ha la passione del calcio e che grazie ad un colpo di fortuna riuscirà una
sera, ad andare a giocare in un campo qui vicino.
Una cosa
normale, da ragazzi, quattro calci a un pallone, sudare, correre, muoversi, RISATE.
Grazie, mi
dico, forse c’è una possibilità, forse non deve essere necessariamente tutto
ombre.
Forse ci può
essere luce nel suo domani, e mi viene in mente che Noor in arabo significa
LUCE.
In questi
mesi con le Signore, un po’ ho pianto, un po’ ho riso.
In questo
momento mi sorprendo a sorridere e quest’attimo assomiglia a un guizzo di
felicità.
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