Non scrivere di me, di Veronica Raimo, Einaudi, 2026

S. ha 35 anni e un brillante futuro alle spalle.

S. è vittima di un amore tossico, un'ossessione di cui dopo anni è ancora prigioniera: un'idea d'amore e dedizione assoluti dai quali è ancora soggiogata.

Per questo ha smesso di vivere, ha rinunciato a se stessa, alle proprie ambizioni, a un amore vero, reale.

A un'esistenza in cui esprimere il proprio talento.

A uno sguardo sul domani.

Per S. tutto si è fermato dentro quella stanza d'albergo dove tanti anni prima LUI l'ha stuprata con inaudita violenza.

S. ha conservato tutto di quel pomeriggio, i jeans blu e la maglietta verde smeraldo, la locandina del SUO film con il SUO autografo, e, sopra ogni cosa, la sè viva, lì dentro, in quella stanza.

S. fugge da una vita piena di promesse, bloccando i suoi sentimenti, fermando il battito del suo cuore, cominciando una nuova vita senza vita. Lontano da tutto, tutti, soprattutto da se stessa.

Poi un giorno, per caso, scopre che LUI è morto, suicida.

A quel punto, solo a quel punto, riapre la porta, quella porta, troppo a lungo rimasta chiusa.

E occhi negli occhi, gli occhi di un'estranea, ha il coraggio di raccontare TUTTO, senza filtri, senza omissioni.

Per poter chiudere quella porta per sempre.

E ricominciare, finalmente, a VIVERE.


La palazzina anonima, ordinata e sottotono quanto lo può essere una dimora della buona società, tesserine di mosaico grigio, dignitoso decoro anni 50. Nessuna ostentazione, sommesse, ordinate vite borghesi.

Lei, è innamorata, come lo si è a vent'anni.

E non coglie i segnali, o meglio, cieca, non vuole leggerli.

Un polso stretto troppo forte, una carezza che diventa uno schiaffo.

L'amore che svela gesti inconsulti, una violenza remota, sconosciuta, niente a che fare con lui, si dice.

Lui mi ama

e io lo adoro

e io sono sicura

he's the one,

perfetto per me.

Ma poi tutto cambia

In un pomeriggio d'estate.

Lei arriva piena di sole e di luce, la felicità di un fine settimana al mare, il mare che scintilla e un mare di risate.

Troppa luce, troppa gioia negli occhi, sulla pelle.

Gelosia per una vita che lui sente non appartenergli completamente.

Per una bellezza che in quel momento è radiosa, come forse non lo sarà mai più.

Lei suona il citofono.

Entra, la porta al piano rialzato già aperta.

Lui è alto, forte, la afferra per le spalle, in un attimo si trova a terra.

E lui sopra.

E' come trovarsi di colpo in un incubo, da cui non riesce a svegliarsi. 

E tutto diventa improvvisamente nero.

In un attimo che sembra non finire mai schiaffi, pesanti, prima in faccia poi ovunque.

In un attimo si trova scaraventata sul letto, di schiena, i polsi stretti in una morsa, il respiro che incespica soffocato tra le lenzuola.

E non riesce ad urlare, apre la bocca, come un pesce fuori dall'acqua, ma dalla sua bocca non esce nessun suono. 

E questo è il momento che rivivrà spesso, negli anni, nei sogni peggiori. 

In certe notti ancora oggi si sveglia di colpo, gli occhi sbarrati, odore di sangue e sudore.

Nonostante i decenni passati, le gioie e i dolori, gli amori negati e i figli, suoi amori assoluti.

Quel giorno ha una canotta e la gonna di lino bianche, i ricami in fondo, fatti a mano dalla nonna, un prezioso feticcio per lei, quasi una veste di sposa.

La gonna, proprio quella, viene strappata per prima, poi la canotta, le mutande. TUTTO, rumore di stoffa lacerata, fatta a pezzi.

Compare un frustino, perché lui ama l'equitazione.

Lei subisce, devo gridare, devo urlare, si dice, non ci riesce, apre la bocca, ma di nuovo, nessun suono.

Le frustate continuano, il dolore è insostenibile.

Morirò, finisco così, in questo giorno d'estate. Io che amo così tanto l'estate.

La stanza grigia comincia a girare, odore di sangue, tutto diventa nero, tutto scompare.

Si risveglia e il dolore è atroce, sono viva, pensa, ma adesso mi ucciderà.

I polsi bloccati.

Lui è dentro, la penetra dietro, spinge, sempre più in fondo. E c'è sangue, sangue sulle lenzuola. Lei vede la macchia che a poco a poco si allarga e prova orrore, ma anche vergogna.

Lui colpisce sempre più forte come se volesse farla letteralmente a pezzi. Lei sviene di nuovo.

Non sa per quanto tempo continui. Ogni tanto lui le sputa addosso e lei di colpo si risveglia.

Lui ha a un orgasmo. Si alza, va in bagno.

L'acqua della doccia comincia a scorrere.

DEVO alzarmi. DEVO scappare, se resto qui mi uccidera'.

Non ci riesce, ma poi si lascia scivolare e strisciando sul pavimento di resina grigia raggiunge la porta, arriva con un braccio che gronda sangue alla maniglia, la apre, la porta non è chiusa a chiave.

Sono viva, ce la devo fare.

Raccoglie la gonna a brandelli, nel borsone l'asciugamano della spiaggia, in qualche modo ci si avvolge.

Tre gradini e sono fuori, si dice.

Devo sbrigarmi, prima che esca dal bagno.

E di fronte c'è la sua mini cooper verde.

Non riesce a trovare le chiavi, perde sangue ovunque, scende lungo le gambe, le caviglie, sugli infradito.

Sale in macchina, ma improvvisamente comincia a piangere, singhiozzi che squassano il corpo martoriato.

Gira la chiave, mette la prima, la seconda, svolta a destra, un semaforo, poi un altro, le lacrime che offuscano la vista. 

Sta guidando verso casa.

Da lì, d'ora in poi, sarà tutta una fuga. 

Entra nel suo appartamento, le pareti fucsia, il silenzio rassicurante, le sue cose, i suoi libri ovunque, il pc, il tavolo verde da giardino, le piante appese.

Una doccia, acqua calda e sangue, rosso e poi sempre più tenue che scivola via, insieme all'esistenza di prima.

Da allora, come per proteggersi, farà sempre la doccia seduta, accovacciata per terra.

Si asciuga, in fretta, da adesso dovrà scappare, sparire, nascondersi, diventare un'altra.

Raccoglie in una borsa poche cose, chiude la porta sulla vita vissuta fino a quel momento e se ne va.

Non ha più 20 anni.

Il mondo non è più un immenso prato verde con infinite possibilità.

D'ora in poi le giornate saranno un sopravvivere, limitare i danni,

D'ora in poi, niente baci sulla bocca.







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